Category "L'India"

19Apr2019

“L’India assale, prende alla gola, allo stomaco. L’unica cosa che non permette è di restarle indifferente”. Mutuando quanto affermato da Tiziano Terzani, ci tuffiamo nella variegata, variopinta, chiassosa realtà che è l’India. Più di trecento tipi di divinità venerate ed i loro relativi templi e luoghi di culto per oltre 1 miliardo e 200 milioni di abitanti, formano il cuore pulsante di quello che è uno dei continenti più popolosi della terra. Non è, infatti, inusuale incontrare qui le famiglie più numerose al mondo come, ad esempio, quella da guinnes dei primati di Ziona Chana, che vanta  all’attivo 39 mogli, 94 figli, 14 nuore e ( ad oggi)  33 nipoti. Vivono tutti insieme, alla foggia del ”Più siamo e meglio stiamo”,  in una casa di 100 stanze che dividono come meglio possono.

Ma proviamo ad addentrarci in questo continente ed a passeggiare come visitatori incuriositi tra le affollate vie delle città e dei villaggi. Veniamo immediatamente travolti dal brusio misto a vero e proprio chiasso generato da persone e mezzi di locomozione di ogni tipo: automobili, scooter con “a bordo”, talvolta, intere famiglie, poi carretti, biciclette, risciò-taxi spericolati su cui qualunque turista giurerebbe di stare per morire fino al momento in cui, giunto a destinazione, rimette i piedi a terra. Ancora carrozze con a bordo passeggeri, trainate da uomini che raramente indossano le scarpe e poi animali di ogni genere: cammelli, elefanti (anche imbellettati e colorati, come si usa in particolare nel Rajastan), mucche, capre, asini, galline, maiali e chi più ne ha, più ne metta. I segnali stradali sono scritti in quattro lingue: inglese, hindi, urdu e punjabi e vige la strampalata regola di suonare per accelerare e superare. Sui paraurti dei veicoli più grossi troneggia, infatti, la scritta “horn please” cioè “suona per favore”.

Agli angoli delle strade crocchi di persone intente a mangiare dalla medesima ciotola, altri che assolvono alle abluzioni quotidiane con tanto di secchio e sapone, donne colorate da stoffe sgargianti e bimbi saltellanti nella loro gioia pura, uomini che si tengono per mano o che usano andare in giro abbracciati in segno di grande amicizia e mentre noi, in Italia, ci affanniamo ad imparare l’ordine dei cestini per la raccolta differenziata dei rifiuti e cosa buttare e dove, in India si butta tutto a terra! Un mio amico racconta che, ad esempio, in treno l’alternativa sul come sbarazzarsi dei rifiuti è tra il buttarli sul pavimento o fuori dal finestrino.

C’è chi, tuttavia, giura di volerci vivere in questo surreale bailamme ed il motivo è presto spiegato: in India ancor prima che odori, colori, sapori, si percepisce umanità, spiritualità, una verità estrema sbattuta in faccia al visitatore che immediatamente scorge nella nudità di un popolo tra i più generosi sulla terra , la sua immensa regalità, a dispetto della condizione di grande degrado ambientale e povertà economica in cui è immerso.

Chiara Sallemi, volontaria di Marpu

*Con spunti da “lvewithoutshoes.com” e “raccontidiviaggio.it”.

8Feb2019

Phanigiri Village è un paese isolato, al centro dello stato del Telangana. Il suo nome è dovuto alla collina che lo abbraccia, “la collina del serpente”, così chiamata per la sua forma.

Sulla cima della collina si collocano i ruderi di un tempio buddista ed in basso si stende in tutte le direzioni una pianura sterminata e verde di risaie, interrotta qua e là da enormi massi monolitici, alla cui ombra si sviluppano altri villaggi come il nostro. All’ultimo censimento (2011) Phanigiri contava circa 4000 abitanti di cui il 60% circa alfabetizzati. Cosa intenda per alfabetizzazione l’organo censore in realtà non lo sappiamo e questi dati poco si incontrano con i feed back delle suore che li operano.

Il lavoro è quello della raccolta del riso o del cotone e lo si fa a piedi nudi, immersi fino a mezzo polpaccio nel fango delle risaie. In pochi possono lavorare di scambi commerciali (esclusivamente locali) ed ancora in meno si possono permettere di allontanarsi dal villaggio, anche per motivi logistici.

In questo ambito emerge un altro dato discrepante con la nostra esperienza: sono più di 2000 i lavoratori, di cui la maggior parte con un’occupazione fissa sono uomini. Le suore riportano invece una netta tendenza delle donne a sostituire il marito nell’ambito lavorativo, anche a causa della dilagante problematica dell’alcolismo.

Non dobbiamo poi immaginarci una società anziana come la nostra: a Phanigiri si è bambini fino a 8 anni, genitori dai 16 e vecchi oltre i 40.

Si è bambini davvero troppo poco.

Ma la nostra scuola, la Mary Mother of Hope School, promette un futuro diverso e noi ce la metteremo tutta per essere partecipi della sua visione.

Il resoconto delle suore: Dicembre, Gennaio e Febbraio

Le suore sono contente del lavoro che Marpu sta facendo per loro. È molto importante. Hanno promesso il nostro aiuto ai bambini e per questo ci credono e sperano tanto.

La situazione politica, nonostante i movimenti nella maggior parte del paese, è piuttosto stabile e Phanigiri si trova in una “Safe zone”, dovuta al suo isolamento.

La situazione della scuola è più o meno la stessa: sempre tanta povertà che strappa i bambini alla loro educazione ed alla loro infanzia.

È difficile far studiare alcuni di loro perché i genitori non si interessano ai loro studi, non li aiutano e ignorano la scuola. Fino alla seconda liceo (10th class) i genitori si dovrebbero occupare della loro educazione, ma da quel momento in poi spetta ai ragazzi mantenersi e per questo in molti smettono di studiare.

Molti bambini, incapaci di pagare la retta, iniziano ad andarsene alla scuola statale, che è però scadente, non qualificata e non funzionale.

Molti dei genitori giovani muoiono a causa dell’alcol o semplicemente di stenti; i figli sono costretti a prendersi carico dei membri della famiglia rimasti.

In molte famiglie il problema del divorzio porta i bambini ad essere affidati ai nonni.

L’ambulatorio procede bene: finalmente hanno trovato un dottore bravo e capace.

7Dic2018

L’india è un paese complesso e se devo essere sincero, non l’ho capita molto. In quei pochi giorni che l’ho vissuta da dentro ho incontrato una serie di paradossi che me la hanno allontanata invece che il contrario.

Dico “da dentro” perché ho passato 16 giorni (che mi sono sembrati lunghissimi) nella comunità vera di Phanigiri,  un villaggio a 4 ore di macchina dalla città più vicina, per lo più sullo sterrato. Praticamente nel nulla, campi in ogni direzione. Sicuramente bello, ma anche terribile per chi come noi è abituato al susseguirsi di piccoli paesi, uno dopo l’altro, anche nei luoghi più sperduti della nostra bella Italia.

Se sono partito è per fare il buon samaritano e riempire un’estate con qualcosa di bello e buono. Per quel miscuglio di altruismo e senso di colpa che ci caratterizza bene o male tutti. Mi aspettavo, una volta arrivato, di ambientarmi in un paio d’ore e poi fare “il dottore” tra la gente del terzo mondo. Mi sarei portato a casa mille bellissimi sorrisi di persone felici anche se maledettamente povere. Perché si sa che nella semplicità si sta meglio e poi perché io ero arrivato a salvarli.

Ma non è stato così. Forse lo è nelle cartoline, forse lo è negli spot per “vendere” adozioni a distanza. Lungi da me il pensiero di criticarli, anzi ne riconosco l’intelligenza di adattarsi ad un mondo sempre più veloce in cui per far del bene non si può ricorrere a scritti lunghi e tortuosi (un po’ come questo).
La verità, o quanto meno quella che mi è sembrato di cogliere, è che la mia presenza era tanto sensazionale più per il colore della mia pelle che per l’aiuto che potevo dare. La verità è che faceva un caldo tremendo e si soffocava anche la notte. La verità è che avevo paura dei serpenti o di prendere la tubercolosi. La verità è che volevo tornare a casa.

Ma cosa c’entra questo con MARPU? Di sicuro non è la migliore presentazione per una associazione di volontariato e promozione sociale.
Abbiamo deciso di presentarci così, perché MARPU nasce per generare “cambiamento”, che tra l’altro è il significato della parola stessa.

Certamente generare cambiamento in questo piccolo villaggio, in cui, per cominciare, vorremmo garantire ad ogni bambino la possibilità di andare a scuola. Anche a quei bambini con un solo genitore e 3 fratelli, anche a quelli che dovrebbero raccogliere il riso per poterlo mangiare la sera, anche quelli con più di 10 anni. Perché vorremmo vedere cambiare questo piccolo luogo sperduto grazie alle loro mani, grazie alla loro speranza che imparare, giocare e avere un’infanzia degna di questo nome possono regalargli.

Ma un cambiamento altrettanto importante vorremo che avvenisse in Noi. Perché dal racconto intimo di un villaggio grande quanto il quartiere o paese in cui siamo cresciuti possiamo imparare l’empatia e la fratellanza. Quella vera. Quella che nasce dall’incontro.

Perché Phanigiri è una donna con l’occhio nero e grosse lacrime silenziose, accompagnata dal marito all’ambulatorio perché triste, “difettosa”.
È Munni, una bambina di 1 anno senza genitori, gonfia e malnutrita che strilla a fil di voce.
È una ragazza di 21 anni con 3 figli e una lunga cicatrice dolente sulla pancia, frutto di un’asportazione d’utero abusiva, usata come metodo di contraccezione.

Ma anche perché Phanigiri è un cortile pieno di bambini che scherzano, giocano a ricorrersi e studiano all’ombra degli alberi.
È la nonna di Munni che prova disperatamente ad allattarla, anche se i suoi seni sono secchi da anni.
È una vecchia suora che insegna a ballare la “Disco” ad una classe di tredicenni.
È il bambino della maestra con l’asma che gioca in un angolo con la foca di peluche, è lo stupore del malato con la zazzera folta, è un fiume di ragazzi che ti dicono il loro nome, è il cibo piccante, il tramonto di fuoco, le strette di mano, le risate, e a dire il vero, anche quei bei sorrisi da cartolina.

Un volontario di Marpu